MTB sui sentieri: diritto di accesso o rischio per escursionisti e ambiente?
MTB sui sentieri: diritto di accesso o rischio per escursionisti e ambiente?
Andrea Della Rolle
Maggio 19, 2026
La mountain bike è una delle forme più potenti di turismo outdoor: porta persone in montagna, valorizza aree interne, crea economia nei territori, allunga le stagioni turistiche e avvicina nuovi pubblici alla natura.
Ma è anche uno dei temi più divisivi del cicloturismo contemporaneo.
Perché quando la bici entra sui sentieri, la domanda cambia: stiamo parlando di libertà di accesso alla montagna o di un rischio per escursionisti, ambiente e gestione dei territori?
Il tema è diventato ancora più acceso con la diffusione delle e-MTB. Non perché una e-bike sia automaticamente “più pericolosa” di una MTB muscolare, ma perché l’assistenza elettrica consente a più persone di raggiungere quote, pendenze e sentieri che prima erano frequentati da un numero più limitato di utenti.
Ed è proprio qui che nasce il conflitto: non solo il mezzo, ma la scala del fenomeno.
Il caso Veneto: “bici sì, ma non sui sentieri”
Nel 2025 il dibattito è stato riacceso dalle parole del presidente del CAI Veneto, Francesco Abbruscato, che ha chiesto uno stop alle bici ed e-bike sui sentieri di montagna, distinguendo tra strade forestali/carrarecce e sentieri veri e propri. La posizione, riportata da Il Dolomiti e ripresa da Bikeitalia, è chiara: bene il cicloescursionismo su tracciati idonei, molto più problematica la presenza di bici sui sentieri escursionistici stretti, frequentati e fragili.
Il punto non è secondario. La Regione Veneto, già da anni, ha una pagina dedicata al cicloescursionismo in cui spiega che la mountain bike nelle aree montane è stata regolamentata per conciliare turismo, tutela del patrimonio naturalistico e sicurezza.
Questo caso è utile perché mostra il cuore del problema: la montagna non è tutta uguale. Una cosa è pedalare su una forestale larga, un’altra è scendere su un sentiero stretto condiviso con escursionisti, famiglie, runner, cani, gruppi CAI e persone meno esperte.
Le chiusure nei parchi: non è un tema teorico
Il tema delle chiusure o restrizioni non è astratto. In Italia esistono già casi molto concreti.
Nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, il transito in bicicletta è consentito su strade statali, provinciali, comunali e su alcune strade silvo-pastorali, ma è vietato sui sentieri. Lo stesso Parco ribadisce che i sentieri sono destinati agli escursionisti e che la carta indica in azzurro i percorsi ciclabili autorizzati.
Anche il Parco di Portofino è diventato un caso simbolico. Le norme di comportamento del Parco indicano l’accesso in bicicletta come interdetto in base a ordinanza dell’Ente; nel 2026, secondo Il Secolo XIX, si è parlato di una riapertura regolata su otto percorsi autorizzati, con limiti temporali e divieti in alcune giornate.
Questi esempi mostrano una tendenza: non siamo più nella fase “MTB sì o MTB no” in astratto. Stiamo entrando nella fase della selezione dei tracciati, della stagionalità, dei divieti mirati e della distinzione tra sentieri escursionistici, strade forestali, bike trail autorizzati e aree protette.
Perché le e-MTB accendono ancora di più il conflitto
Le e-MTB hanno democratizzato la montagna. Hanno permesso a persone meno allenate, più anziane o non sportive di vivere esperienze prima riservate a biker molto preparati.
Questo è un bene enorme per il turismo outdoor.
Ma ha anche un effetto collaterale: aumenta la pressione sui sentieri.
Con una e-MTB si può salire più facilmente, affrontare più dislivello, arrivare più in alto, ripetere più giri, accedere a percorsi tecnici anche senza la stessa preparazione fisica di chi avrebbe raggiunto quei luoghi con una MTB tradizionale.
Il problema non è l’elettrico in sé.
Il problema è cosa succede quando aumenta il numero di utenti su sentieri non progettati per quel flusso.
In Europa, le regole sulle e-bike distinguono generalmente tra pedelec standard e mezzi più potenti come speed pedelec o veicoli assimilabili a ciclomotori. Le restrizioni nei parchi e nelle aree naturali variano molto da Paese a Paese e spesso dipendono dal tipo di sentiero, dall’ente gestore e dalla presenza di regolamenti locali.
Questa frammentazione rende il quadro complicato: il ciclista spesso non sa se può passare, il gestore fatica a controllare, l’escursionista percepisce insicurezza, e il territorio rischia di reagire con il divieto generalizzato.
I biker hanno ragione quando dicono: “non siamo il problema”
C’è un punto che va detto con onestà: non tutta la letteratura scientifica conferma l’idea che la MTB produca sempre più danni dell’escursionismo.
Uno studio pubblicato su Journal of Environmental Management nel 2024 ha confrontato degrado dei sentieri legato a escursionismo e mountain bike, rilevando che l’escursionismo, nel caso analizzato, ha causato una degradazione più severa rispetto alla mountain bike, anche controllando la topografia.
Altri lavori di sintesi ricordano che l’impatto dipende moltissimo da pendenza, suolo, condizioni meteo, progettazione del tracciato, manutenzione, intensità d’uso e comportamento degli utenti. Non basta dire “la bici rovina i sentieri”: bisogna chiedersi quali sentieri, con quali pendenze, in quali condizioni, con quale manutenzione e con quale tipo di uso.
Questo è importante per evitare una narrazione semplicistica e anti-bike.
La MTB, su percorsi progettati e mantenuti, può essere compatibile con l’ambiente.
Il problema esplode quando i sentieri sono stretti, fragili, bagnati, troppo ripidi, non autorizzati, molto frequentati o usati in modo aggressivo.
Gli escursionisti hanno ragione quando dicono: “non siamo birilli”
Allo stesso tempo, anche la preoccupazione degli escursionisti non può essere liquidata come ostilità verso la bici.
Su un sentiero stretto, una MTB in discesa arriva più veloce di un camminatore. Una e-MTB può comparire anche in salita su tratti dove prima passavano pochi biker. In alcuni contesti, soprattutto nei weekend e nei luoghi turistici, la percezione di rischio aumenta.
Il conflitto non nasce solo dagli incidenti reali. Nasce anche da:
- velocità percepita;
- silenziosità del mezzo;
- difficoltà di prevedere il comportamento dell’altro;
- sentieri stretti o ciechi;
- curve senza visibilità;
- gruppi numerosi;
- utenti inesperti;
- assenza di regole condivise.
Per l’escursionista, un sentiero è spesso uno spazio di lentezza.
Per il biker, può essere anche uno spazio di tecnica e divertimento.
Quando queste due aspettative si sovrappongono senza regole, il conflitto è quasi inevitabile.
Il vero errore: trattare tutti i sentieri allo stesso modo
La domanda “MTB sui sentieri sì o no?” è troppo povera.
La domanda giusta è: quali sentieri possono essere condivisi, quali devono essere riservati agli escursionisti e quali possono diventare percorsi bike dedicati?
Ci sono almeno cinque categorie diverse:
| Tipo di percorso | Compatibilità con MTB/e-MTB |
|---|---|
| Strade forestali e carrarecce | Generalmente più adatte alla condivisione |
| Sentieri larghi e a bassa pendenza | Potenzialmente condivisibili con regole |
| Sentieri stretti, tecnici, esposti | Da valutare con molta cautela |
| Sentieri molto frequentati da escursionisti | Rischio alto di conflitto |
| Bike trail dedicati | Soluzione migliore per uso sportivo/tecnico |
Il modello più maturo non è “aprire tutto” né “chiudere tutto”.
È classificare, segnalare e gestire.
Trentino, un approccio più selettivo
Il Trentino è interessante perché ha lavorato su un approccio più regolato. La Provincia autonoma di Trento ha spiegato che le nuove regole per la circolazione con MTB sui sentieri alpini mirano a individuare fisicamente le situazioni problematiche in cui vietare la percorrenza, quando ci siano rischi di danno ambientale o pericolo per altri utenti, in particolare pedoni.
Questo approccio è importante: non parte dal presupposto che la MTB sia sempre incompatibile, ma riconosce che alcuni tratti possono esserlo.
È una strada più faticosa del divieto generalizzato, ma anche più intelligente: richiede mappatura, segnaletica, controllo, manutenzione e capacità amministrativa.
Il punto ambientale: erosione, suolo, fauna, vegetazione
L’impatto ambientale della MTB non può essere né negato né esagerato.
I principali rischi riguardano:
- erosione del suolo;
- allargamento dei sentieri;
- taglio dei tornanti;
- frenate e derapate su fondi fragili;
- uso dei sentieri bagnati;
- creazione di tracce informali;
- disturbo alla fauna;
- perdita di vegetazione ai margini;
- aumento della manutenzione necessaria.
Una review sugli effetti ecologici della mountain bike evidenzia che la velocità e la silenziosità del mezzo possono incidere sul disturbo alla fauna, perché un biker può avvicinarsi a un animale più rapidamente e con minore preavviso rispetto a un escursionista. La stessa review sottolinea però anche la necessità di studi più specifici e contestuali, perché gli impatti variano molto in base a territorio, intensità d’uso e condizioni ambientali.
Quindi la posizione corretta non è: “la MTB distrugge i sentieri”.
La posizione corretta è: la MTB può essere compatibile, ma non in qualunque luogo, in qualunque stagione e con qualunque comportamento.
Il problema dei trail non ufficiali
Uno dei nodi più delicati riguarda i sentieri informali: tracce create, modificate o usate dai biker senza autorizzazione, spesso con salti, tagli, varianti o linee alternative.
Qui il conflitto diventa più serio, perché non si parla più solo di condivisione di un sentiero esistente, ma di trasformazione del territorio.
Uno studio del 2025 sui trail MTB in foreste urbane analizza proprio le tensioni tra uso ricreativo, trail illegali e risposta dei decisori pubblici. Il tema è rilevante anche per i territori italiani: quando una domanda outdoor cresce più velocemente della capacità di governarla, spesso nascono percorsi informali e poi arrivano divieti.
Questo vale anche per il cicloturismo: se un territorio non offre percorsi chiari e autorizzati, gli utenti cercano alternative. E quando le alternative diventano spontanee, la governance arriva tardi.
Il rischio del divieto totale
Il divieto totale può sembrare la soluzione più semplice. Ma non sempre è la migliore.
Può funzionare in aree fragili, parchi molto sensibili o sentieri chiaramente incompatibili. Ma se applicato ovunque rischia di produrre tre effetti negativi:
- sposta il problema altrove, su sentieri non controllati;
- rompe il dialogo con i biker responsabili, che potrebbero contribuire alla manutenzione;
- riduce le opportunità turistiche per aree interne e territori montani.
Le esperienze internazionali mostrano che il tema dell’accesso e-MTB non va solo verso chiusure: negli Stati Uniti, ad esempio, PeopleForBikes ha segnalato nel 2025 una forte espansione dell’accesso per e-MTB di classe 1 su molti trail, mentre il National Park Service consente ai superintendent di autorizzare le e-bike dove opportuno su strade e sentieri già aperti alle bici tradizionali.
Questo non significa importare automaticamente il modello americano. Significa però che il mondo non si muove solo verso il “vietare”: si muove verso decidere caso per caso.
Il rischio opposto: aprire tutto senza regole
Anche aprire tutto sarebbe un errore.
Una liberalizzazione totale può generare:
- incidenti o quasi incidenti con escursionisti;
- aumento del conflitto sociale;
- pressione su aree delicate;
- deterioramento dei sentieri;
- crescita di trail informali;
- reazioni istituzionali più dure;
- perdita di consenso verso la MTB.
Il punto centrale è che la libertà senza governance produce spesso il suo contrario: più divieti.
Se il mondo MTB vuole difendere l’accesso ai sentieri, deve essere il primo a sostenere regole credibili, formazione, manutenzione e comportamenti responsabili.
Cosa dovrebbe fare un territorio maturo
Un territorio che vuole gestire MTB ed e-MTB senza cadere nello scontro dovrebbe costruire un sistema chiaro.
1. Mappare i sentieri
Non tutti i tratti hanno la stessa compatibilità. Servono dati su pendenza, larghezza, fondo, erosione, frequentazione pedonale, visibilità, rischio e valore ambientale.
2. Classificare i percorsi
Serve distinguere tra percorsi condivisi, percorsi bike dedicati, sentieri escursionistici esclusivi e tratti vietati per ragioni tecniche o ambientali.
3. Segnalare in modo inequivocabile
Il ciclista non può scoprire il divieto solo dopo aver seguito una traccia online. La segnaletica deve essere chiara sul posto e nelle mappe digitali.
4. Creare alternative
Vietare un sentiero senza offrire un itinerario alternativo spesso spinge all’abusivismo. Una rete MTB funziona se offre percorsi legittimi e attrattivi.
5. Coinvolgere biker, CAI, guide, parchi e residenti
Se la gestione è calata dall’alto, crea conflitto. Se nasce da tavoli territoriali, può generare corresponsabilità.
6. Monitorare e aggiornare
Un sentiero può essere aperto in estate e fragile in primavera. Può essere adatto nei giorni feriali e ingestibile nei weekend. La gestione deve poter cambiare nel tempo.
Cosa dovrebbero fare i biker
Anche la comunità MTB ha una responsabilità enorme.
Le regole minime dovrebbero essere semplici:
- dare sempre precedenza agli escursionisti;
- rallentare molto prima di incrociare persone;
- evitare sentieri bagnati e fragili;
- non tagliare tornanti;
- non uscire dal tracciato;
- non modificare sentieri senza autorizzazione;
- rispettare divieti e chiusure temporanee;
- non seguire ciecamente tracce GPX non verificate;
- distinguere tra trail autorizzati e tracce informali;
- partecipare alla manutenzione dove possibile.
La frase chiave dovrebbe essere questa: se vogliamo più accesso, dobbiamo costruire più fiducia.
Il ruolo delle e-MTB: regole specifiche o stessi diritti?
Qui la questione è delicata.
Le e-MTB standard a pedalata assistita non sono moto. Non vanno confuse con mezzi modificati, sbloccati o acceleratori fuori norma.
Ma è vero che l’assistenza elettrica cambia l’accessibilità dei luoghi: più persone, più dislivello, più frequenza, più pressione.
Per questo alcuni territori potrebbero adottare regole differenziate:
- accesso consentito solo su percorsi autorizzati;
- divieto per mezzi non conformi;
- limitazioni in aree protette;
- chiusure stagionali;
- percorsi dedicati e-MTB;
- obbligo di rispetto di velocità massime su tratti condivisi;
- controlli su mezzi sbloccati.
Il problema non è “e-bike sì o no”.
Il problema è evitare che mezzi diversi, comportamenti diversi e tracciati diversi vengano trattati come se fossero tutti uguali.
Il collegamento con BikeTourism
Per BikeTourism questo tema è molto strategico.
Non riguarda solo la MTB sportiva. Riguarda il modo in cui una piattaforma nazionale può raccontare, mappare e promuovere percorsi outdoor senza aumentare i conflitti.
Un BikeRoute MTB o e-MTB dovrebbe indicare chiaramente:
- se il percorso è autorizzato;
- se passa su sentieri condivisi;
- se attraversa parchi o aree protette;
- se ci sono divieti stagionali;
- se è adatto a e-MTB;
- se esistono tratti tecnici o esposti;
- se è richiesto accompagnamento esperto;
- se ci sono alternative meno impattanti;
- quando è stato verificato l’ultima volta;
- quale ente o soggetto gestisce il tracciato.
Questo è un grande tema editoriale ma anche un possibile posizionamento di prodotto: BikeTourism non come semplice archivio di tracce, ma come infrastruttura di fiducia tra ciclisti, territori e comunità locali.
La vera domanda: diritto di accesso o patto di responsabilità?
Il diritto di accesso alla natura è importante.
Ma in territori fragili e molto frequentati non può essere interpretato come accesso indiscriminato.
La MTB può essere una risorsa straordinaria per il turismo sostenibile, le aree interne, i giovani, le guide, le strutture ricettive, i bike park, i rifugi e i piccoli Comuni.
Ma perché sia accettata deve dimostrare di non essere solo consumo del sentiero.
Deve diventare parte della sua gestione.
Questo significa manutenzione, educazione, regole, dati, segnaletica, accordi e responsabilità condivisa.
Il futuro della MTB non si gioca contro gli escursionisti
La MTB sui sentieri non può essere ridotta a uno scontro tra biker ed escursionisti.
Da una parte c’è una domanda crescente di natura, sport e turismo outdoor.
Dall’altra ci sono sentieri fragili, aree protette, comunità locali e persone che vogliono camminare in sicurezza.
Il punto non è scegliere chi ha più diritto alla montagna.
Il punto è costruire una governance capace di distinguere: dove si può condividere, dove servono percorsi dedicati, dove bisogna chiudere, dove si può aprire con regole, dove serve manutenzione e dove il territorio non è adatto.
La bici non è il nemico della montagna.
Ma nemmeno la montagna può diventare un bike park diffuso senza regole.
Il futuro più intelligente non è “MTB ovunque” né “MTB vietata ovunque”.
È una rete di sentieri pensata, verificata e gestita: abbastanza aperta da valorizzare la bici, abbastanza prudente da rispettare escursionisti, ambiente e comunità locali.

