Andrea Della Rolle
Maggio 14, 2026
Il cicloturismo viene spesso raccontato come l’antidoto perfetto all’overtourism: meno auto, meno emissioni, più lentezza, più borghi, più territorio.
Ed è vero: rispetto a molte forme di turismo motorizzato e concentrato, la bici può aiutare a distribuire i flussi, ridurre l’impatto ambientale e portare valore economico anche fuori dalle destinazioni più congestionate. Non a caso EuroVelo e l’European Cyclists’ Federation indicano il cicloturismo come uno strumento utile per sviluppare destinazioni meno note e rurali, portando benefici alle comunità locali.
Ma c’è una domanda più scomoda, e proprio per questo necessaria:
il cicloturismo è sempre sostenibile?
La risposta è no.
O meglio: la bici è un mezzo sostenibile, ma il cicloturismo diventa sostenibile solo se è gestito bene.
Il punto non è la bici. È la concentrazione
L’overtourism non nasce solo dal mezzo con cui ci si sposta. Nasce quando troppi visitatori si concentrano negli stessi luoghi, negli stessi periodi, sugli stessi itinerari e con servizi insufficienti.
Da questo punto di vista, anche il cicloturismo può creare problemi se diventa un flusso non governato.
In Italia il tema è particolarmente importante. Secondo FIAB, nel quadro generale del turismo italiano, il 75% degli arrivi si concentra su appena il 13% del territorio nazionale: un dato che spiega bene perché il problema non sia solo “quanti turisti”, ma dove vanno e come vengono distribuiti.
Il cicloturismo può aiutare a correggere questa concentrazione. Ma se tutti promuovono gli stessi percorsi, le stesse ciclovie iconiche, gli stessi borghi “instagrammabili” e gli stessi weekend di alta stagione, il rischio è replicare in scala ciclabile gli stessi errori del turismo tradizionale.
La bici può ridurre l’overtourism, ma può anche spostarlo
Il racconto più diffuso è semplice: portiamo i turisti in bici nelle aree interne e alleggeriamo Venezia, Firenze, Roma, le Dolomiti, i laghi e le coste più affollate.
Funziona? Potenzialmente sì.
Il cicloturismo ha una grande qualità: distribuisce meglio la spesa e la presenza turistica lungo il percorso. Chi viaggia in bici non consuma solo nella destinazione finale, ma si ferma nei paesi, nei bar, nelle botteghe, nelle strutture ricettive, nelle ciclofficine, nei piccoli servizi locali.
Il problema nasce quando anche questa distribuzione diventa squilibrata.
Una ciclovia molto promossa ma poco attrezzata può concentrare centinaia di passaggi su pochi tratti. Un borgo piccolo può trovarsi improvvisamente attraversato da gruppi numerosi senza avere bagni pubblici, fontanelle, parcheggi bici, servizi di raccolta rifiuti o spazi di sosta. Un sentiero fragile può essere trasformato in “prodotto turistico” prima ancora di avere manutenzione, regole d’uso e monitoraggio.
Quindi sì: il cicloturismo può essere una risposta all’overtourism, ma non è automaticamente immune dall’overtourism.
Il rischio dei territori “scoperti” troppo in fretta
Negli ultimi anni molti territori hanno capito che la bici è una leva potente di promozione. E questo è positivo.
Il rischio, però, è che alcuni luoghi vengano trasformati in destinazioni cicloturistiche prima di essere pronti.
Succede quando si comunica una ciclovia prima di completarla.
Quando si promuove un percorso gravel senza verificare proprietà private, manutenzione o convivenza con residenti e agricoltori.
Quando si vendono borghi e aree interne come “autentiche” senza chiedersi se la comunità locale abbia davvero un ruolo nella gestione dei flussi.
La Commissione europea, nel Transition Pathway for Tourism, sottolinea proprio il ruolo delle comunità locali nella transizione verso un turismo più sostenibile, anche attraverso modelli di economia sociale e partecipazione territoriale.
Tradotto in ottica BikeTourism: non basta disegnare una traccia GPX.
Serve capire se il territorio è pronto ad accoglierla.
Quando la bici crea conflitti
Il cicloturismo può generare conflitti in almeno cinque situazioni.
1. Su sentieri condivisi
Qui il tema è evidente: MTB, gravel, escursionisti, runner, famiglie, cani, cavalli e residenti possono usare gli stessi spazi con velocità, aspettative e livelli di attenzione molto diversi.
La ricerca sugli impatti della mountain bike nei contesti naturali è articolata: uno studio pubblicato su Journal of Environmental Management ha rilevato che, in condizioni sperimentali, escursionisti e mountain biker hanno effetti complessivamente limitati su larghezza e profondità dei sentieri; questo però non elimina la necessità di gestire bene carichi, tracciati, manutenzione e convivenza tra utenti.
Il problema, quindi, non è dire “MTB sì” o “MTB no”.
Il problema è progettare accessi, regole, segnaletica e manutenzione.
2. Nei borghi piccoli
Un gruppo di cicloturisti che attraversa un centro storico può essere una bellissima occasione economica. Ma se i passaggi diventano numerosi, disordinati o concentrati, possono creare disturbo: bici appoggiate ovunque, soste davanti agli ingressi, rumore, rifiuti, pressione sui pochi servizi disponibili.
3. Sulle ciclovie iconiche
Le ciclovie più famose attirano domanda, investimenti e visibilità. Ma possono anche diventare “imbuti turistici” se tutto il marketing territoriale si concentra sempre sugli stessi assi.
4. Nelle aree naturali fragili
Boschi, argini, zone umide, sentieri alpini e aree protette non hanno tutti la stessa capacità di carico. In alcuni contesti anche un flusso non motorizzato può produrre erosione, disturbo alla fauna, usura dei tracciati e conflitto con altri usi.
5. Nella logistica locale
Treni pieni, pochi posti bici, strutture ricettive non attrezzate, mancanza di officine, assenza di trasporto bagagli e punti acqua insufficienti possono trasformare una buona idea cicloturistica in un’esperienza caotica.
Il paradosso: il cicloturismo è sostenibile solo se non viene trattato come una moda
La bici è oggi molto attrattiva per il marketing territoriale. Funziona bene nelle immagini, comunica natura, lentezza, benessere, autenticità.
Ma proprio per questo rischia di essere usata come etichetta.
Si inaugura una “ciclovia” anche se il percorso è discontinuo.
Si promuove un “territorio bike-friendly” anche se mancano servizi minimi.
Si parla di “turismo sostenibile” anche quando i flussi arrivano quasi tutti in auto fino al punto di partenza.
Uno studio FEEM sul turismo urbano in bici evidenzia proprio un aspetto spesso trascurato: la sostenibilità dell’esperienza cicloturistica dipende anche dai mezzi usati per raggiungere la destinazione e per muoversi al suo interno; se il viaggio include quote rilevanti di mobilità motorizzata, il beneficio ambientale può ridursi.
Questo è un passaggio fondamentale: non basta pedalare durante la vacanza per rendere sostenibile tutto il viaggio.
Cicloturismo e crescita: i numeri sono una grande opportunità
Il cicloturismo italiano è in forte crescita e rappresenta una delle opportunità più interessanti per i territori.
Il 6° Rapporto “Viaggiare con la bici 2026”, presentato da ISNART e Legambiente, stima circa 49 milioni di presenze cicloturistiche in Italia nel 2025. Secondo la Fiera del Cicloturismo, lo stesso rapporto indica anche un impatto economico di circa 6,4 miliardi di euro sui territori ospitanti.
Questi numeri dimostrano che la bici non è più una nicchia.
Ma proprio perché non è più una nicchia, non può essere gestita come se lo fosse.
Quando un fenomeno cresce, cambiano le responsabilità: servono dati, pianificazione, manutenzione, servizi, governance e capacità di ascolto delle comunità locali.
La differenza tra “portare ciclisti” e “costruire una destinazione cicloturistica”
Molti territori pensano che basti attrarre ciclisti.
In realtà, la domanda più importante è: che cosa succede dopo che arrivano?
Una destinazione cicloturistica matura dovrebbe rispondere ad alcune domande molto concrete:
- i percorsi sono verificati e aggiornati?
- le tracce GPX attraversano strade private o tratti problematici?
- esistono alternative per distribuire i flussi?
- ci sono servizi lungo il percorso?
- i residenti sono coinvolti?
- i gruppi organizzati sono regolati?
- le strutture ricettive sono davvero bike-friendly?
- esiste un sistema di monitoraggio dei passaggi?
- la manutenzione è programmata o lasciata al caso?
- l’esperienza genera valore locale o solo visibilità esterna?
Senza queste risposte, il cicloturismo rischia di diventare solo un’altra forma di consumo del territorio.
Più gentile dell’auto, certo.
Ma non per questo priva di impatti.
Il ruolo dei dati: sapere dove passano davvero i cicloturisti
Uno dei punti più deboli del cicloturismo italiano è la conoscenza reale dei flussi.
Sappiamo che il fenomeno cresce.
Sappiamo che genera valore.
Ma spesso non sappiamo abbastanza bene dove si concentrano i passaggi, quali servizi vengono usati, quali tratti sono sotto pressione, quali territori restano esclusi e quali criticità emergono lungo i percorsi.
Qui una piattaforma come BikeTourism può avere un ruolo importante.
Non solo raccontare il cicloturismo, ma osservarlo.
Non solo mappare strutture e percorsi, ma leggere come vengono usati.
Non solo promuovere destinazioni, ma aiutare territori, operatori e amministrazioni a capire dove intervenire.
In questa logica, strumenti futuri come check-in, heatmap aggregate, Bike Places verificati e Bike Routes aggiornati non servono solo a “fare engagement”. Servono a costruire una forma di cicloturismo più misurabile, più distribuita e più responsabile.
Anche il turismo outdoor può saturare i luoghi
Il caso non riguarda solo la bici. In diversi Paesi europei si discute di come promuovere attività outdoor senza creare pressione eccessiva sugli ambienti naturali. In Norvegia, ad esempio, una campagna nazionale sul turismo outdoor è stata sospesa per timori legati alla pressione su aree naturali fragili, rifiuti, campeggio improprio e gestione dei flussi.
Il messaggio è chiaro: anche il turismo “verde” può diventare problematico se non è accompagnato da educazione, gestione e pianificazione.
Per il cicloturismo vale lo stesso principio.
La bici è uno strumento straordinario, ma non può diventare un alibi per non parlare di capacità di carico, manutenzione dei percorsi, convivenza tra utenti e qualità dell’accoglienza.
Quando il cicloturismo funziona davvero
Il cicloturismo funziona quando non si limita a portare persone su un percorso, ma costruisce un sistema.
Funziona quando:
- distribuisce i flussi su più itinerari;
- valorizza aree interne e destinazioni minori;
- porta spesa nei servizi locali;
- migliora la mobilità anche per i residenti;
- riduce la dipendenza dall’auto;
- non consuma i sentieri;
- rispetta le comunità;
- crea lavoro stabile e non solo eventi occasionali;
- integra treno, bici, accoglienza, manutenzione e informazione;
- misura gli impatti, invece di limitarsi a comunicare presenze.
In questa prospettiva, il cicloturismo non è solo un prodotto turistico.
È una politica territoriale.
La domanda scomoda per i territori
Ogni territorio che vuole promuoversi come destinazione cicloturistica dovrebbe farsi una domanda semplice:
vogliamo più ciclisti o vogliamo un territorio che funzioni meglio anche grazie alla bici?
La differenza è enorme.
Nel primo caso si punta sulla promozione: eventi, campagne, influencer, tracce, storytelling.
Nel secondo caso si lavora sull’infrastruttura reale: percorsi sicuri, servizi, manutenzione, dati, relazioni con operatori, coinvolgimento dei residenti, accessibilità ferroviaria, qualità dell’accoglienza.
Il primo approccio può generare visibilità.
Il secondo può generare sviluppo.
Conclusione: anche la bici può creare problemi, ma può anche risolverne molti
Sì, anche il cicloturismo può creare problemi.
Può concentrare flussi su luoghi fragili.
Può generare conflitti sui sentieri.
Può trasformare borghi piccoli in scenografie turistiche.
Può consumare percorsi non mantenuti.
Può diventare marketing più che sostenibilità.
Ma questo non significa che il cicloturismo sia il problema.
Significa che il cicloturismo è diventato abbastanza importante da dover essere gestito seriamente.
La bici resta uno degli strumenti più potenti per costruire un turismo più lento, distribuito e vicino alle economie locali. Ma perché funzioni davvero servono dati, servizi, governance e rispetto dei territori.
La vera sfida non è portare più ciclisti ovunque.
È portare il cicloturismo dove può generare valore senza consumare ciò che rende quei luoghi speciali.


Bella riflessione complimenti