Andrea Della Rolle
Ottobre 7, 2026
L’intelligenza artificiale può già aiutarci a scegliere una destinazione, costruire un itinerario, tradurre informazioni e organizzare un viaggio. Alla EuroVelo & Cycling Tourism Conference 2026 di Utrecht, però, è emerso un paradosso interessante: più diventa facile generare artificialmente il racconto di un viaggio, più potrebbe acquistare valore ciò che un algoritmo non può generare al nostro posto — l’esperienza di averlo vissuto.
Chiedete a un’intelligenza artificiale di organizzare un viaggio in bicicletta di cinque giorni.
Può suggerire una destinazione, costruire le tappe, stimare le distanze, trovare un alloggio, spiegare cosa visitare, adattare l’itinerario alle vostre preferenze e persino preparare una lista di ciò che dovreste portare con voi.
Sempre più spesso può farlo in pochi secondi.
È difficile non vedere l’enorme opportunità.
Eppure, alla EuroVelo & Cycling Tourism Conference 2026 di Utrecht, una delle riflessioni più interessanti sull’intelligenza artificiale non riguardava quello che la tecnologia sarà capace di fare.
Riguardava quello che potrebbe diventare ancora più importante proprio perché esiste l’intelligenza artificiale.
L’autenticità.
Tra le quattro parole scelte da EuroVelo per sintetizzare l’edizione 2026 della Conference — opportunità, collaborazione, autenticità e integrazione — quella legata al keynote di Joshua Ryan-Saha è stata proprio authenticity.
Ryan-Saha, Director of Tourism, Travel and Festivals all’Edinburgh Futures Institute, l’ha definita “the lifeblood of tourism”, la linfa vitale del turismo. EuroVelo ha aggiunto una considerazione significativa: il ciclismo la incarna particolarmente bene.
Ed è forse da qui che dovremmo partire per capire quale rapporto potrà avere il cicloturismo con l’intelligenza artificiale.
Non chiedendoci se l’AI sostituirà le piattaforme che utilizziamo oggi.
Ma chiedendoci:
che cosa cercheremo in un viaggio quando produrre itinerari, testi, immagini e consigli diventerà estremamente facile?
L’AI nel cicloturismo: tra entusiasmo e prudenza
Il titolo scelto per il keynote di Utrecht era già piuttosto esplicito:
AI for Cycling: What to Use, What to Refuse.
Non “come usare l’intelligenza artificiale per il ciclismo”, quindi, ma cosa utilizzare e cosa rifiutare.
La presentazione era stata costruita intenzionalmente tra quello che Ryan-Saha definisce hype e hope: da una parte le promesse che circondano l’intelligenza artificiale, dall’altra le applicazioni che possono realmente produrre valore.
Tre i terreni individuati: marketing, scoperta delle destinazioni e pagamenti; gestione operativa, dove la qualità dei dati diventa essenziale; esperienza del ciclista.
E poi alcune domande meno spettacolari ma probabilmente ancora più importanti: chi possiede i sistemi dai quali dipendiamo? Dove vengono conservati i dati? Cosa accade quando cambiano le condizioni imposte dalle piattaforme?
È una posizione molto diversa dalla contrapposizione semplicistica tra tecnologia e turismo “vero”.
L’intelligenza artificiale può essere estremamente utile.
La stessa European Cyclists’ Federation l’aveva inserita fra i cinque grandi trend del cicloturismo del 2026, individuandone uno dei possibili benefici più concreti: abbassare le barriere all’ingresso di un viaggio in bicicletta.
Chi non ha mai organizzato una vacanza cicloturistica può infatti trovarsi improvvisamente davanti a una quantità notevole di domande.
Quale itinerario scegliere? Quanti chilometri posso percorrere? Posso portare la bici sul treno? Dove trovo un’officina? La struttura dispone di un deposito sicuro? Quel tratto è asfaltato? Posso percorrerlo con dei bambini? Dove posso ricaricare una e-bike?
Un sistema capace di mettere insieme queste informazioni e adattarle alle esigenze della singola persona può rendere il cicloturismo accessibile a un pubblico molto più ampio.
Ma c’è una condizione.
Le informazioni devono esistere. E devono essere corrette.
ECF lo sottolineava già all’inizio dell’anno: l’AI può semplificare la pianificazione solamente se servizi e informazioni sono realmente disponibili e accessibili online. Fra le criticità individuate compaiono infatti qualità dei risultati, protezione dei consumatori, proprietà dei dati, impatto ambientale e dipendenza tecnologica.
L’intelligenza artificiale sta già entrando nel turismo
Non stiamo parlando soltanto di scenari futuri.
Durante ITB Berlin 2026, ECF riportava che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per cercare, pianificare o prenotare viaggi fra i viaggiatori statunitensi era passato dal 6% del 2023 al 15% del 2025.
Nel cicloturismo la penetrazione risultava ancora decisamente inferiore: soltanto il 3% dei cicloturisti tedeschi intervistati aveva utilizzato l’AI come fonte di informazione nel 2025.
È però ragionevole aspettarsi un’evoluzione.
Non necessariamente perché le persone decideranno consapevolmente di “utilizzare l’intelligenza artificiale”.
L’AI sta entrando nei motori di ricerca, nei sistemi di prenotazione, nelle mappe, nei servizi di assistenza e nelle piattaforme attraverso cui scopriamo una destinazione.
Potrebbe quindi diventare progressivamente invisibile.
E proprio qui nasce un problema interessante.
Quando diventa facile costruire il viaggio perfetto
Immaginiamo di chiedere a dieci assistenti digitali:
Costruiscimi un itinerario gravel di quattro giorni in Piemonte, non troppo impegnativo, con paesi caratteristici, cucina locale e strutture bike-friendly.
Otterremo probabilmente dieci proposte.
Potrebbero essere molto buone.
Ma se i sistemi utilizzano fonti simili, premiano gli stessi luoghi più documentati e imparano dagli stessi contenuti disponibili online, esiste anche il rischio di produrre una progressiva omologazione della scoperta.
Non è un problema esclusivamente dell’intelligenza artificiale.
È una dinamica già conosciuta con motori di ricerca, social network, recensioni e piattaforme di prenotazione.
Ryan-Saha si occupava di questo tema ancora prima dell’esplosione recente dell’AI. Nel presentare il proprio lavoro all’Edinburgh Futures Institute poneva una domanda particolarmente interessante: come utilizzare i dati per andare oltre i percorsi già battuti dai sistemi di raccomandazione, recuperando l’inaspettato, la sorpresa e la serendipità che fanno parte dell’esperienza turistica? Nel cicloturismo questa domanda diventa ancora più pertinente.
Perché seguire un itinerario non significa semplicemente spostarsi fra una serie di punti di interesse.
Il viaggio reale comincia dove finisce l’itinerario
Una traccia GPX può descrivere con estrema precisione dove passeremo.
Non può descrivere esattamente ciò che succederà.
C’è il bar nel quale ci fermiamo perché sta iniziando a piovere.
La persona incontrata lungo la strada che ci suggerisce una deviazione.
Il negozio che non compariva nella guida.
Il paese nel quale pensavamo di rimanere venti minuti e nel quale trascorriamo invece un pomeriggio.
C’è la salita che sulla carta sembrava semplice e che quel giorno sembra interminabile.
C’è un ponte chiuso.
C’è una strada che, vista dal vivo, decidiamo semplicemente di non percorrere.
E c’è qualcosa di ancora più elementare: il territorio viene attraversato fisicamente.
La distanza non viene soltanto calcolata. Viene percorsa.
Il dislivello non è un numero in un grafico. È qualcosa che sentiamo nelle gambe.
Il tempo atmosferico non è soltanto una previsione. È caldo, vento, pioggia, freddo.
Questo non rende inutile la tecnologia.
Rende semplicemente evidente la differenza fra rappresentare un’esperienza e vivere un’esperienza.
Ed è probabilmente uno dei vantaggi più forti del cicloturismo nell’epoca dei contenuti sintetici.
Più contenuti possiamo generare, più importante diventa sapere cosa è vero
C’è poi una seconda faccia dell’autenticità.
Non riguarda soltanto l’esperienza personale.
Riguarda le informazioni che utilizziamo per costruirla.
Un’intelligenza artificiale può scrivere una descrizione estremamente convincente di un percorso.
Ma quella strada è davvero percorribile?
Quella fontanella esiste ancora?
La struttura indicata accetta effettivamente le biciclette?
Il traghetto trasporta le bici?
Quel tratto sterrato è adatto a una gravel o è diventato impraticabile dopo un temporale?
Qui il problema non è quanto sia sofisticato il linguaggio utilizzato dal sistema.
È la qualità del dato originale.
In una recente discussione sul futuro delle Destination Management Organization nell’era dell’AI, Ryan-Saha ha sintetizzato molto bene questo cambio di prospettiva: “Verification is what’s scarce”.
La verifica è ciò che diventa scarso.
Secondo Ryan-Saha, proprio mentre diventa sempre più facile produrre attenzione e contenuti, le organizzazioni territoriali possono assumere un nuovo ruolo come fonti autorevoli di ciò che accade realmente in un luogo: dati aggiornati, informazioni verificate, conoscenza proveniente dal territorio.
È una questione particolarmente importante nel cicloturismo.
Un errore in una descrizione turistica può essere fastidioso.
Un’informazione sbagliata su una strada, una galleria, un attraversamento o un servizio può compromettere una giornata di viaggio.
L’autenticità non significa spegnere lo smartphone
Da qui sarebbe facile arrivare a una conclusione romantica: meno tecnologia, più viaggio.
Ma sarebbe probabilmente quella sbagliata.
Il messaggio emerso da Utrecht è molto più interessante.
Non dobbiamo scegliere fra tecnologia e autenticità. Dobbiamo capire quale tecnologia protegge e migliora l’esperienza reale.
Un buon pianificatore può evitare che una persona finisca su una strada inadatta.
Un sistema di informazioni aggiornate può segnalare un’interruzione prima che un cicloturista la raggiunga.
Una traduzione automatica può permettere a un viaggiatore di comunicare con una piccola struttura ricettiva.
Un assistente può suggerire come combinare bici e treno.
Un sistema predittivo può aiutare una destinazione a distribuire meglio i flussi.
In tutti questi casi la tecnologia non sostituisce l’esperienza.
Le toglie attrito.
E forse questa è una distinzione fondamentale per il futuro del turismo digitale.
La migliore tecnologia non è necessariamente quella che cerca di costruire artificialmente l’intero viaggio.
Potrebbe essere quella che ci fornisce abbastanza informazioni affidabili da permetterci di viverlo liberamente.
Dalla quantità di contenuti alla qualità delle informazioni
Per le destinazioni questo cambiamento potrebbe essere profondo.
Per anni una parte importante della promozione turistica digitale è consistita nel produrre contenuti: articoli, fotografie, descrizioni, landing page, post social.
L’intelligenza artificiale rende la produzione di molti di questi materiali drasticamente più semplice.
La conseguenza potrebbe essere paradossale.
Se produrre contenuto diventa economico, il contenuto in sé diventa meno distintivo.
Diventano invece preziosi elementi molto più difficili da generare artificialmente: conoscenza locale, informazioni aggiornate, identità, relazioni, competenze e dati verificati.
Una destinazione non dovrebbe allora chiedersi soltanto:
come possiamo utilizzare l’AI per raccontarci meglio?
Dovrebbe forse iniziare a chiedersi:
quali informazioni possediamo che permettono all’intelligenza artificiale di raccontare correttamente il nostro territorio?
È una differenza apparentemente sottile, ma sostanziale.
È anche una sfida per BikeTourism
Questa riflessione riguarda direttamente anche piattaforme come BikeTourism.
Un Route Planner può diventare progressivamente più intelligente.
Può incrociare caratteristiche delle strade, altimetria, servizi, stazioni ferroviarie, meteo o punti di interesse.
L’intelligenza artificiale potrà probabilmente rendere ancora più naturale il modo attraverso cui chiediamo e riceviamo queste informazioni.
Ma nessun modello linguistico può stabilire autonomamente che ieri una frana ha interrotto una strada.
Per farlo serve qualcuno che lo sappia.
Serve un ente che pubblichi l’informazione, un operatore locale, un sistema di monitoraggio oppure una persona che sia passata da quel punto e abbia segnalato il problema.
È qui che strumenti differenti possono diventare complementari.
Le Bike Routes descrivono percorsi.
I Bike Places descrivono servizi reali sul territorio.
Il Route Planner aiuta a costruire il viaggio.
Pulse può aggiungere una dimensione temporale, raccogliendo segnalazioni sulle condizioni incontrate sul campo.
L’intelligenza artificiale può un giorno aiutare a interpretare meglio tutto questo.
Ma il valore originario rimane il dato reale.
La distinzione è importante: non utilizzare l’AI per inventare il territorio, ma utilizzare la tecnologia per comprenderlo meglio.
Il paradosso del cicloturismo nell’era dell’AI
Il futuro del turismo sarà probabilmente molto più digitale di quello che conosciamo oggi.
La fase di ispirazione, quella di pianificazione e quella di prenotazione tenderanno sempre più a fondersi.
Potremo descrivere ciò che vogliamo e ricevere in pochi istanti una proposta costruita intorno alle nostre esigenze.
Per molte persone sarà un progresso enorme.
Potrebbe rendere il cicloturismo meno complicato, più accessibile e più personalizzato, esattamente come ECF immagina fra le opportunità dell’intelligenza artificiale.
Ma una volta saliti sulla bicicletta accade qualcosa di curioso.
Il mondo torna ad essere ostinatamente fisico.
Ci sono chilometri da percorrere, persone da incontrare, luoghi da attraversare e decisioni da prendere.
Non esiste un prompt che percorra quella strada al nostro posto.
Ed è forse per questo che il cicloturismo potrebbe trovarsi in una posizione particolarmente interessante.
Più diventa facile generare artificialmente il racconto di un viaggio, più potrebbe diventare prezioso averlo vissuto davvero.
L’intelligenza artificiale può aiutarci a raggiungere quel momento.
La sfida sarà fare in modo che non provi a sostituirlo.




