Quando l’odio corre più veloce delle auto: il bikelash e la strada che abbiamo smarrito
Quando l’odio corre più veloce delle auto: il bikelash e la strada che abbiamo smarrito
Andrea Della Rolle
Dicembre 23, 2025
C’è un momento preciso in cui un fatto di cronaca smette di essere “un episodio isolato” e diventa qualcos’altro. Un segnale. Un sintomo. Quando un automobilista arriva a sparare contro dei ciclisti, non siamo più nel campo dell’inciviltà, né della semplice rabbia al volante. Siamo davanti a una frattura culturale profonda, che riguarda il modo in cui concepiamo la strada, lo spazio pubblico e, in fondo, il diritto stesso di stare al mondo senza un motore.
Il cosiddetto bikelash — la reazione ostile verso chi va in bici — non nasce con i colpi di pistola. Quelli sono solo l’epilogo più violento di una narrazione che si trascina da anni: la bici come intralcio, il ciclista come abusivo, la strada come territorio di conquista automobilistica. Una narrazione che cresce a ogni pista ciclabile contestata, a ogni articolo urlato, a ogni commento social che invoca “targhe e assicurazioni” come se fossero un’arma retorica, non uno strumento di convivenza.
Il bikelash non è odio per la bicicletta. È paura del cambiamento. È la reazione di chi vede messo in discussione un privilegio dato per naturale: quello di occupare la strada con un mezzo grande, veloce, ingombrante, senza dover negoziare davvero la presenza degli altri. La bici, con la sua lentezza e la sua fragilità, costringe a rallentare. E rallentare, in una società che ha scambiato la velocità per efficienza e il rumore per potere, è vissuto come un affronto.
C’è poi un aspetto più sottile, e forse più inquietante. Il ciclista è visibile. Ha un corpo. Respira. Suda. Non è protetto da una carrozzeria né da un vetro oscurato. Questo lo rende vulnerabile, ma anche umano. E l’ostilità verso i ciclisti è spesso un rifiuto di questa umanità esposta, che interrompe l’anonimato rassicurante dell’abitacolo. Quando l’altro smette di essere un ostacolo e diventa una persona, la violenza dovrebbe fermarsi. Nel bikelash accade l’opposto.
Il punto non è stabilire chi ha “più diritto” sulla strada. La strada non è una proprietà privata né un circuito. È uno spazio pubblico complesso, che riflette esattamente il tipo di società che siamo. Se accettiamo che chi è più forte, più veloce o più armato possa imporre la propria presenza sugli altri, allora non stiamo parlando di traffico: stiamo parlando di legge del più forte.
Per questo gli episodi estremi non vanno archiviati in fretta come follia individuale. Sarebbe comodo, ma profondamente sbagliato. Sono il prodotto di un clima. Di anni di delegittimazione culturale della mobilità ciclabile. Di una comunicazione che oppone invece di unire. Di politiche timide che costruiscono infrastrutture senza accompagnarle con un racconto condiviso.
Il bikelash non si combatte solo con più piste ciclabili, anche se sono indispensabili. Si combatte cambiando il linguaggio, smettendo di parlare di “guerra tra utenti della strada”, ricordando che nessuno è il proprio mezzo. Oggi sei in auto, domani a piedi, dopodomani in bici. La strada resta la stessa. E dovrebbe restare di tutti.
Finché considereremo normale odiare chi rallenta il nostro tragitto, continueremo a costruire strade sempre più larghe e società sempre più strette. E a quel punto, il vero problema non sarà la bici. Sarà quello che abbiamo deciso di diventare.

