ostilità verso i ciclisti

Quanto è stata normalizzata l’ostilità verso i ciclisti?

Quanto è stata normalizzata l’ostilità verso i ciclisti?

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Ci sono incidenti stradali. Ci sono distrazioni, errori, imprudenze.

E poi ci sono episodi che chiamare semplicemente “incidenti” rischia di essere fuorviante.

È il caso di quanto accaduto l’8 agosto a Lanzo Torinese, dove, secondo la ricostruzione emersa finora, un diverbio sulla strada si sarebbe trasformato in qualcosa di molto più grave: un automobilista avrebbe investito alcuni ciclisti e avrebbe poi effettuato una nuova manovra per colpirli ancora. Quattro persone sono rimaste ferite e l’uomo è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.

Sarà la magistratura a stabilire con precisione responsabilità e dinamica dei fatti.

Ma una cosa, già oggi, merita di essere discussa.

Perché se un contrasto tra automobilista e ciclisti può arrivare fino a questo punto, liquidare tutto come il gesto isolato di una singola persona rischia di impedirci di guardare il problema più ampio.

Chi pedala sulle strade italiane conosce bene un clima fatto di clacson usati per intimidire, sorpassi radenti, insulti, minacce e della convinzione, ancora sorprendentemente diffusa, che il ciclista sia un ostacolo da togliere dalla strada.

Lanzo è un episodio estremo.

Ma proprio per questo pone una domanda che sarebbe sbagliato evitare:

quanto abbiamo normalizzato l’ostilità verso chi va in bicicletta?


Se le parole creano un clima, valgono anche quando si parla di ciclisti?

Ogni volta che avviene un episodio grave contro una determinata categoria di persone, il dibattito pubblico italiano tende giustamente ad allargare l’inquadratura.

Non ci si domanda soltanto chi sia l’autore.

Ci si domanda quale sia il contesto.

Quali parole circolino.

Quali messaggi vengano ripetuti.

Quanto una categoria sia stata progressivamente rappresentata come nemica, problema, intralcio o bersaglio.

È un ragionamento delicato e non significa attribuire automaticamente a chi pronuncia determinate frasi la responsabilità delle azioni commesse da qualcun altro.

Ma significa riconoscere una cosa piuttosto semplice: le parole contribuiscono alla costruzione del clima sociale nel quale viviamo.

Allora facciamoci una domanda scomoda.

Perché questo principio dovrebbe smettere improvvisamente di valere quando parliamo di biciclette?


“I ciclisti mi piacciono solo quando vengono investiti”

Non è una frase scritta da qualche anonimo provocatore sui social.

È una frase pronunciata pubblicamente nel settembre 2024 da Vittorio Feltri, giornalista e allora consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Lombardia.

Parlando di Milano disse che gli davano fastidio le piste ciclabili e aggiunse che i ciclisti gli piacevano “solo quando vengono investiti”.

Quelle parole provocarono proteste, una manifestazione di ciclisti davanti al Consiglio regionale lombardo e la richiesta politica delle dimissioni di Feltri. La maggioranza di centrodestra respinse la mozione con cui le opposizioni chiedevano di affrontare la questione.

Facciamo immediatamente una precisazione, perché è fondamentale.

Non esiste alcun elemento che colleghi quelle dichiarazioni a quanto accaduto a Lanzo.

Non sappiamo nulla delle convinzioni politiche dell’automobilista.

Non sappiamo quali giornali legga.

Non sappiamo chi voti.

Non sappiamo se abbia mai sentito quella frase.

E sarebbe profondamente scorretto costruire una relazione che le indagini non hanno mai evidenziato.

Ma questa non è la domanda.

La domanda è un’altra.

È accettabile che in un Paese nel quale ogni anno persone muoiono sulle strade mentre pedalano, un rappresentante delle istituzioni possa scherzare pubblicamente sull’investimento dei ciclisti e che tutto venga archiviato come una battuta?

Perché quello è il punto politico.

Non Lanzo.

Il clima nel quale Lanzo è avvenuta.


Il ciclista come nemico

Chi utilizza quotidianamente una bicicletta conosce perfettamente alcune frasi.

“State in fila.”

“Levati dalla strada.”

“Pagate il bollo.”

“Le strade sono fatte per le auto.”

“Con tutte quelle piste ciclabili avete tolto spazio alle macchine.”

Poi ci sono i sorpassi radenti.

Le accelerate.

Il clacson.

La distanza ridotta deliberatamente.

L’automobilista che vuole “dare una lezione” al ciclista perché ritiene che stia occupando troppo spazio.

Naturalmente la stragrande maggioranza degli automobilisti non ha comportamenti di questo tipo.

E naturalmente esistono ciclisti che violano il Codice della strada, esattamente come esistono automobilisti, motociclisti e pedoni che lo fanno.

Ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel momento in cui l’infrazione del singolo viene trasformata nella colpa collettiva di una categoria.

Un automobilista passa con il rosso e nessuno scrive che “gli automobilisti non rispettano mai il Codice”.

Un ciclista passa con il rosso e frequentemente diventa la dimostrazione che i ciclisti sono indisciplinati.

È una differenza linguistica apparentemente piccola.

Culturalmente è enorme.

Perché lentamente trasforma una persona in bicicletta da utente della strada a elemento estraneo alla strada.

E quando qualcuno viene considerato un intruso, diventa più facile pensare che debba spostarsi.

Che debba farsi da parte.

Che debba essere punito.


A Lanzo qualcosa di quel conflitto è esploso

Uno dei ciclisti coinvolti ha raccontato che il gruppo procedeva lentamente quando l’auto li avrebbe superati suonando il clacson; dopo un gesto di disappunto da parte di uno dei ciclisti sarebbe iniziata la sequenza culminata negli investimenti. È una testimonianza che dovrà naturalmente essere inserita nella ricostruzione giudiziaria complessiva.

Davide Cassani, commentando quanto accaduto, ha parlato di crescente intolleranza e di troppa arroganza verso chi pedala.

Ed è forse proprio questa la parola dalla quale dovremmo partire.

Intolleranza.

Non per trasformare automaticamente un episodio criminale in un manifesto politico.

Ma per smettere anche di raccontarlo come se fosse avvenuto nel vuoto.


Nessun cappello politico sull’automobilista. Una responsabilità politica sul clima, sì

ciclista vs auto

Sarebbe facile utilizzare Lanzo per attaccare questo o quel partito.

Non lo faremo.

Sarebbe intellettualmente disonesto attribuire all’uomo arrestato un’ideologia che non conosciamo.

Ma sarebbe altrettanto comodo utilizzare questa prudenza per evitare qualsiasi discussione politica.

Perché la politica non entra in questa vicenda attraverso la tessera elettorale dell’automobilista.

Entra attraverso il modello di strada che decidiamo di costruire.

Entra quando si stabilisce se ciclisti e pedoni siano utenti da proteggere oppure ostacoli alla fluidità del traffico.

Entra quando una pista ciclabile viene descritta come qualcosa che “ruba spazio” invece che come un’infrastruttura di mobilità.

Entra quando chi pedala viene continuamente contrapposto a chi guida.

Ed entra anche nel linguaggio.

Perché se un esponente istituzionale può dire pubblicamente che i ciclisti gli piacciono quando vengono investiti e la risposta collettiva è sostanzialmente “era una battuta”, allora dobbiamo almeno avere l’onestà di domandarci quale messaggio stiamo normalizzando.

Non significa dire:

“Quelle parole hanno provocato Lanzo.”

Non abbiamo alcuna prova e sarebbe falso sostenerlo.

Significa dire:

“Quelle parole appartengono allo stesso Paese nel quale Lanzo è accaduta.”

E questo è un fatto sul quale vale la pena riflettere.


Le parole contano. Oppure non contano.

Non possiamo sostenere che il linguaggio politico sia capace di alimentare discriminazione, rabbia e contrapposizione quando ci occupiamo di alcuni fenomeni e poi trasformarlo improvvisamente in innocuo folklore quando il bersaglio sono persone in bicicletta.

Dobbiamo scegliere.

O le parole hanno un peso.

Oppure non ce l’hanno.

Se lo hanno, sarebbe arrivato il momento che chi ricopre incarichi istituzionali iniziasse a utilizzarle con maggiore responsabilità anche quando parla di mobilità.

Perché la strada non è un territorio nel quale automobilisti e ciclisti devono combattere per conquistare qualche metro di asfalto.

È uno spazio pubblico.

E chi percorre una strada in bicicletta non sta invadendo lo spazio di qualcun altro.

Sta semplicemente usando la strada.


Dopo Lanzo non basta dire “follia”

È probabilmente la parola più facile.

Follia.

Un raptus.

Una lite degenerata.

Un episodio isolato.

Permette di chiudere tutto dentro la biografia di una persona e andare avanti.

Ma forse questa volta dovremmo avere il coraggio di fare una domanda in più.

Non su Giuseppe Campagna.

Su di noi.

Su quanti commenti pieni di disprezzo verso i ciclisti consideriamo normali.

Su quante volte ridiamo quando qualcuno scherza sull’investirli.

Su quante volte presentiamo la sicurezza stradale come una guerra fra automobilisti e biciclette.

Su quanti amministratori cercano consenso promettendo di eliminare una ciclabile anziché spiegare perché serve.

E soprattutto su quale idea di strada vogliamo costruire.

Perché quanto accaduto a Lanzo è responsabilità, fino a prova contraria e secondo ciò che sarà stabilito dalla giustizia, della persona che era alla guida dell’auto.

Ma il modo in cui un Paese parla dei suoi utenti più vulnerabili è responsabilità di tutti.

Politica compresa.

E forse il vero “cappello politico” da mettere su questa storia non consiste nel chiedersi se l’uomo che guidava fosse di destra o di sinistra.

Consiste nel chiedere a destra, a sinistra e al centro una cosa molto più semplice:

avete intenzione di continuare a considerare l’ostilità verso chi pedala una battuta innocua?

Dopo Lanzo, ridere dovrebbe essere diventato un po’ più difficile.

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