viaggio in bici da Valencia a Bari

Giorgio, 2.800 km in bici per imparare a vivere lentamente

Giorgio, 2.800 km in bici per imparare a vivere lentamente

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Andrea Della Rolle

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Settembre 11, 2026

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Da Valencia a Bari, passando per Milano: il viaggio di un pensionato di 70 anni che ha scelto la bicicletta per cambiare il proprio rapporto con il tempo

Vive in Spagna da trent’anni, gli ultimi venti a Valencia. Per gran parte della sua vita ha lavorato molto, spesso anche nei fine settimana. Poi è arrivata la pensione e, insieme a quella, una decisione semplice solo in apparenza: provare a vivere più lentamente.

Non significa fermarsi.

Per Giorgio significa esattamente il contrario: partire, attraversare territori, dormire in tenda, osservare ciò che normalmente scorre ai lati della strada e concedersi finalmente il tempo di stare dentro al viaggio.

La bicicletta è arrivata quasi per caso.

Da lì sono venuti Santiago, Finisterre, Bordeaux e infine un viaggio di quasi due mesi da Valencia a Bari, passando per Milano.

Circa 2.800 chilometri.

Ma i numeri, in questa storia, raccontano soltanto una piccola parte.

Il viaggio in breve
Bike Pioneer
Giorgio Todeschini
Durata
Quasi due mesi
Distanza
Circa 2.800 km
Partenza
Valencia, 1° luglio
Itinerario
Da Valencia a Bari passando per Catalogna, Francia, Liguria, Milano e l’Italia fino alla Puglia
Tipologia
Viaggio cicloturistico in solitaria
Bicicletta
Riverside Touring 900
Setup
Due borse e poco più di 10 kg di equipaggiamento, con tenda, sacco a pelo e attrezzatura essenziale
Pernottamenti
Tre o quattro notti in bivacco alternate a una notte in hotel
Intermodalità
Un paio di tratte percorse in treno
Stile di viaggio
Autonomo, essenziale e senza tappe rigide, seguendo una filosofia di viaggio lento
Luoghi simbolo
Barcellona, Camargue, Milano, Emilia-Romagna, Foresta Umbra, Mattinata, Barletta, Altamura e Bari

«Volevo una vita lenta»

Vivo in Spagna da trent’anni, gli ultimi venti a Valencia.

Per molto tempo sono stato completamente assorbito dal lavoro. Facevo l’autista di furgone per una grande azienda di consegne e spesso lavoravo anche nei weekend, volontariamente, con un secondo impiego.

Le grandi vacanze non mi sono mai interessate molto. Non mi attirava il classico modello di ferie.

Quando viaggiavo cercavo comunque qualcosa di attivo: con mia figlia siamo andati in moto in Italia, in Galizia e in altri luoghi. Abbiamo fatto vacanze a Lanzarote e Minorca.

Quando è arrivato il momento della pensione avevo una cosa molto chiara: da quel momento avrei voluto vivere una vita più lenta.

“Lenta” non significa senza stress o senza fare nulla.

Significa che il fine non sarebbe più stato semplicemente andare dal punto A al punto B, ma percorrere tutti gli spazi infiniti compresi fra quei due punti.

All’inizio pensavo di fare il Cammino di Santiago a piedi.

C’era però un problema abbastanza semplice: non mi piace molto camminare.

E così, poco alla volta, si è fatta strada l’idea della bicicletta.


Ritrovare la bici

Da piccolo andavo in bici come tanti.

L’avevo ripresa intorno ai trent’anni, poi avevo nuovamente smesso.

Non avendo tempo per uscire su strada, circa vent’anni fa avevo iniziato a fare spinning in palestra. Lo pratico ancora oggi.

In qualche modo, quindi, l’amore per la bicicletta era rimasto lì.

Quando ho iniziato a pensare seriamente ai viaggi in bici mi si è aperto davanti un mondo che conoscevo pochissimo: quello dei cicloviaggiatori, anche quelli capaci di affrontare viaggi estremi.

Mi sono sentito subito coinvolto.

La prima cosa da fare era trovare una bici.

Scelsi una Riverside Touring 900. Aveva tutto ciò che cercavo, anche se forse oggi alcuni ciclisti considererebbero certe caratteristiche un po’ superate: circa 17 chili di peso, tre corone, telaio in alluminio e freni meccanici.

Per l’equipaggiamento feci una scelta ancora più semplice.

Cercai online e comprai borse, una tenda economica e poco altro.

Dovevo ancora capire di cosa avessi veramente bisogno.


Il primo esperimento

Andai in pensione ad agosto e già a settembre partii.

Quattro borse cariche, una settimana di viaggio intorno a Valencia. La tenda, quella volta, la lasciai a casa.

Quel primo viaggio servì soprattutto a misurare tre cose:

me stesso, la bicicletta e l’equipaggiamento.

Al ritorno avevo le idee molto più chiare.

Modificai la trasmissione per renderla più adatta alle salite, cambiai la potenza del manubrio e montai un reggisella ammortizzato.

Avevo anche capito quanto fosse facile portarsi dietro cose inutili.

Nel 2025, però, avevo ormai la “scimmia” di partire.

Cominciai a fare giri locali da circa cento chilometri e arrivarono i primi viaggi più lunghi.

Andai in Francia, fino alle vigne di Bordeaux, un territorio che mi interessava particolarmente.

Poi pedalai nei luoghi della Spagna legati a Cervantes.

Infine realizzai uno dei desideri che avevo da tempo: arrivare a Santiago de Compostela e poi proseguire fino a Finisterre.

A quel punto ero lanciato.


Il prossimo obiettivo: l’Italia

C’era un altro viaggio che continuava a tornarmi in mente.

Sono di Milano e volevo tornare a trovare parenti e amici.

L’avevo sempre fatto nel modo più ovvio: in aereo oppure in automobile.

Questa volta, però, volevo essere fedele alla mia nuova filosofia lenta.

Sarei partito da Valencia in bicicletta.

Non c’era moltissimo da programmare: avrei seguito la costa fino alla Liguria, poi avrei attraversato il Nord Italia per dirigermi verso Milano.

giorgio todeschini milano

Ma questo viaggio aveva anche un altro significato.

Avrei attraversato nuovamente luoghi nei quali ero stato più di quarant’anni prima.

In qualche modo sarebbe stato anche un viaggio nel tempo: ritrovare posti e sensazioni del passato, senza nostalgia, ma con il piacere di poterli vivere ancora una volta.


Imparare a portare meno

L’esperienza dei viaggi precedenti mi aveva già insegnato una cosa fondamentale: eliminare.

Applicai una regola molto semplice:

se durante una settimana non lo usi, probabilmente non ti serve.

Dalle quattro borse del primo viaggio passai a due.

E sono abbastanza sicuro che al prossimo viaggio riuscirò a togliere ancora qualcosa.

All’inizio tendiamo a ragionare come se fossimo a casa: vogliamo avere tutto a portata di mano perché “non si sa mai”.

Ma ogni oggetto pesa e occupa spazio.

E quel peso, quando viaggi in bicicletta, prima o poi lo senti nelle gambe.

Alla fine il mio bagaglio era poco più di dieci chili.

Tutti gli altri cicloviaggiatori che incontravo sembravano avere bellissime borse Ortlieb. Io, con il mio materiale economico, a volte mi sentivo un po’ “scappato di casa”.

Però ha funzionato.

Le borse hanno resistito.

Per il prossimo viaggio probabilmente investirò in qualcosa di più robusto, ma quell’esperienza mi ha confermato che non è necessario avere tutto perfetto per partire.


Valencia, 1° luglio

Sono partito da Valencia il primo luglio.

Ad accompagnarmi per il primo tratto c’erano alcuni amici con cui normalmente uscivo in bicicletta. Mi hanno incoraggiato e dato entusiasmo proprio nel momento della partenza.

Alla fine avrei percorso circa 2.800 chilometri, con un paio di tratte affrontate in treno.

Il primo grande obiettivo era Milano.

Una volta arrivato, mi sono fermato circa una settimana tra parenti e amici.

Erano tutti abbastanza meravigliati dalla mia costanza nel portare avanti questa avventura.

E soprattutto ero arrivato bene.

Io stavo bene e anche la bicicletta era ancora in buone condizioni.

A quel punto decisi che il viaggio non sarebbe finito lì.

A Bari vive un mio amico che aveva abitato a Valencia prima di tornare nella sua città.

Così presi la decisione di continuare verso sud.

Milano, che inizialmente doveva essere l’arrivo, diventava semplicemente una tappa.


Guardare le cose lentamente

Tutto il viaggio mi ha impressionato.

Quando avevo deciso di vivere una vita più lenta era proprio questo che immaginavo: avere il tempo di meravigliarmi davanti alle piccole e alle grandi cose.

Una montagna.

Un giardino.

Una scultura che avevo deciso di cercare.

Edifici civili e religiosi appartenenti a epoche e stili completamente diversi.

Pedalando tutto acquista una dimensione differente.

Non ho incontrato moltissimi altri cicloviaggiatori con le borse, ma quando parlavo con qualcuno lungo il percorso, nei negozi o durante una sosta, era sempre piacevole vedere l’interesse che suscitava il viaggio.

In parte, come avevo immaginato prima di partire, è stato anche un viaggio nel tempo.

Ho rivisto luoghi che erano rimasti nella mia memoria per più di quarant’anni.

Ritrovarli e guardarli con occhi diversi mi ha fatto riflettere sulla bellezza che abbiamo intorno a noi.

Paesaggi, edifici e luoghi attraversano le nostre esistenze e, in qualche modo, restano lì mentre noi cambiamo.

E allora viene spontaneo chiedersi quanto siamo sciocchi, qualche volta, a non apprezzare ciò che abbiamo.

giorgio todeschini mare


Una giornata senza orologio

Quando dormivo in bivacco, la mia giornata cominciava con il sole.

A volte mi svegliavo mentre stava sorgendo.

Era sempre emozionante.

Poco alla volta sentivo anche la vita intorno a me riprendere il proprio ritmo.

In quei momenti avevo una sensazione particolare.

Mi sentivo sospeso nello spazio e nel tempo rispetto a tutto ciò che avevo intorno.

Non avevo obblighi.

Non avevo scadenze.

Dovevo semplicemente lasciarmi trasportare dove voleva la bicicletta.

Verso le sette del mattino ripartivo.

La prima tappa era quasi sempre un bar per fare colazione, possibilmente scegliendo qualcosa di tipico del posto.

Poi iniziava una delle attività fondamentali di ogni giornata: trovare acqua.

Cercavo fontanelle e negozi dove riempire le borracce o acquistare qualcosa da bere e prendevo qualche alimento leggero per il pranzo.

Se attraversavo un luogo interessante mi fermavo.

Viaggiare con una bicicletta carica, però, pone qualche limite: non sempre è possibile visitare approfonditamente tutto quello che si incontra.

Nel pomeriggio acquistavo qualcosa per la cena.

Sempre in maniera molto semplice.

Per ora non voglio portare con me fornello, pentole, posate e cibo da cucinare.

Significano altro peso e altro volume.

Magari in futuro cambierò idea.


Tre notti fuori e una dentro

Normalmente alternavo tre o quattro notti in bivacco a una notte in hotel.

L’hotel aveva anche una funzione molto pratica: lavare i vestiti, ricaricare batterie e power bank e, finalmente, cercare qualche piatto della cucina locale.

Per dormire avevo una tenda molto semplice.

Ha funzionato perché durante il viaggio non ha praticamente mai piovuto: con il maltempo probabilmente avrei avuto qualche problema.

Portavo anche un sacco-lenzuolo cucito da me e un sacco a pelo.

E ho imparato presto un’altra cosa.

Anche quando durante il giorno fa caldo, dormire fuori può essere molto freddo.

A un certo punto ho dovuto comprare un paio di pantaloni lunghi.

E, nonostante questo, alcune notti il freddo l’ho sentito davvero.


La notte dei cinghiali

Con il bivacco non ho mai avuto particolari problemi.

Cercavo luoghi appartati, dove non dare fastidio e dove potermi fermare con tranquillità.

A volte qualcuno probabilmente si accorgeva della mia presenza, ma nessuno mi ha mai creato problemi.

Qualche situazione mi ha persino fatto sorridere.

Una sera trovai un posto che mi sembrava perfetto, accanto a una strada ma nascosto dietro un muro alto.

Montai la tenda e mi sistemai.

Sembrava tutto ideale.

Poi arrivò la sera e, come era giusto che fosse, si accesero i lampioni.

Mi accorsi che avevo montato la tenda esattamente sotto uno di loro.

Dalla strada non poteva vedermi nessuno grazie al muro.

Dall’altra parte, invece, ero praticamente illuminato.

La situazione mi fece molto ridere.

Fortunatamente non successe nulla.

Un’altra notte, invece, sentii qualcosa calpestare le foglie secche intorno alla tenda.

Non vedevo luci e non distinguevo grandi sagome.

All’inizio pensai potessero essere dei cani.

Non volevo accendere una luce.

Rimasi ad ascoltare.

Dopo poco sentii dei grugniti.

Non era un animale solo.

Erano cinghiali.

Si muovevano intorno alla tenda e sembravano annusarla con insistenza.

Io rimasi fermo.

Non avevo lasciato cibo fuori e, dopo qualche tempo, se ne andarono senza fare danni.

Quella notte mi è rimasta impressa.

Mi ha ricordato una cosa molto semplice: quando entriamo nell’ambiente degli animali siamo noi gli ospiti.


Quando la strada fa paura davvero

Fortunatamente durante il viaggio non ho vissuto molti momenti realmente pericolosi.

Qualche salita molto ripida, certo.

Una domenica pomeriggio, in Catalogna, riuscii perfino a creare dietro di me una coda chilometrica di automobili.

Quando finalmente trovai il modo di fermarmi e lasciarle passare, nessuno suonò il clacson e nessuno protestò.

Furono tutti sorprendentemente pazienti.

Il momento davvero difficile arrivò invece molto più avanti, in Puglia.

Avevo attraversato la Foresta Umbra e stavo scendendo in direzione di Mattinata.

Conoscevo bene uno dei limiti della mia bicicletta: nonostante i freni a disco, la frenata non è particolarmente potente.

Avevo scelto una strada secondaria molto ripida.

All’inizio procedevo controllando la velocità.

Dopo tanta salita ero anche un po’ euforico all’idea di poter finalmente lasciare andare le gambe.

Poi la pendenza aumentò.

Lasciai correre un po’ troppo la bicicletta.

Cominciò a prendere velocità e, nonostante stessi frenando al massimo, non riuscivo più a rallentarla abbastanza.

Non so dire a quale velocità fossi arrivato.

So soltanto che a un certo punto ero disperato.

Ai lati della strada vedevo muri a secco, alberi e pietraie.

Nessuna vera via di fuga.

Provai perfino ad appoggiare un piede a terra, ma il fondo era sconnesso e il piede rimbalzava sulla strada.

Poi, finalmente, la pendenza diminuì abbastanza da permettermi di fermarmi.

Riuscii a non cadere e a non colpire nulla.

Poco più avanti iniziava il paese, ancora in discesa.

Se non fossi riuscito a fermarmi, le conseguenze avrebbero potuto essere molto serie.

L’ultimo tratto lo feci a piedi.

Tremavo ancora.

È una delle lezioni che mi sono portato a casa dal viaggio.

Prima della prossima partenza probabilmente interverrò sull’impianto frenante della bicicletta.


La legge di Murphy

Un problema meccanico, invece, arrivò con la catena.

Aveva iniziato a fare rumore.

Poi cominciò a cadere.

La rimettevo al suo posto, pedalavo per un po’ e cadeva nuovamente.

Quando guardai meglio scoprii che il perno di una maglia era uscito per metà.

Prima di partire avevo deciso di non portare con me uno smagliacatena.

Il ragionamento era semplice: pesa, occupa spazio e, in fondo, quante possibilità ci sono di rompere proprio la catena?

Ecco.

La legge di Murphy aveva appena trovato il modo di ricordarmi che esiste.

Feci qualche chilometro a piedi fino a quando riuscii a sistemarla, spendendo trenta euro.

Ma neppure in quel momento pensai di interrompere il viaggio.

Non ci pensai mai davvero.

Una volta mia figlia mi supplicò quasi di tornare perché le mancavo.

Ma continuai.

Era troppo bella quella sensazione di svegliarmi ogni giorno sapendo che avrei visto qualcosa di nuovo.


Le immagini che restano

Se penso al viaggio, alcuni luoghi continuano a tornarmi in mente.

Il primo è la Sagrada Família di Barcellona.

Non ha davanti una grande piazza come il Duomo di Milano.

La trovi quasi improvvisamente, tra le case.

E proprio per questo l’effetto è incredibile.

È enorme.

Per riuscire a vedere la sommità delle guglie devi piegare completamente la testa all’indietro.

Poi c’è la Camargue, che già conoscevo.

Mi sono rimasti impressi soprattutto i suoi colori assoluti: il blu del cielo, il bianco delle saline, i fenicotteri, le anatre, i cavalli, le immense distese di riso e gli acquitrini.

In Emilia e Romagna mi ha colpito invece l’architettura civile.

Anche nei centri più piccoli incontravo palazzi signorili bellissimi e spesso molto ben conservati.

E poi i lunghi filari di tigli, pioppi e platani in mezzo alle campagne, che nelle giornate più calde diventavano una benedizione: ombra e fresco regalati dalla strada.

Scendendo verso sud il paesaggio cambiava ancora.

Piccoli centri storici costruiti con una pietra bianca quasi abbagliante, finestre e porte circondate da piante e fiori.

E poi le cattedrali.

Barletta.

Altamura.

Bari.

Architetture finissime ed elaborate che ti obbligano a fermarti e guardare.

Accanto a tanta bellezza, però, ho visto anche qualcosa che continuo a non capire: la grande quantità di rifiuti abbandonati lungo alcuni bordi stradali e nei campi.

Una contraddizione difficile da accettare in territori così belli.

giorgio todeschini puglia


Bari

Dopo quasi due mesi di viaggio sono arrivato a Bari.

Ho incontrato gli amici, visitato la città e provato le specialità locali.

E a quel punto, per la prima volta, è comparsa anche la voglia di tornare a casa.

Non perché fossi stanco del viaggio.

Avevo semplicemente bisogno di ricaricare un po’ le batterie.

Quando arrivi alla fine di un’esperienza del genere ti rendi conto di aver fatto qualcosa di importante per te stesso.

Non hai vinto niente.

Non c’è una ricompensa materiale.

Non hai ottenuto un beneficio tangibile.

Hai semplicemente fatto qualcosa per cercarti e, forse, incontrarti.

Hai scoperto di essere capace di superare alcuni dei limiti che pensavi di avere.

Poi torni a casa.

E naturalmente, dopo poco, il divano comincia già a scottare.

Ricominci a guardare guide.

A studiare mappe.

A cercare percorsi.

E inevitabilmente vuoi alzare l’asticella di qualche centimetro.

A un mese dal ritorno sta già prendendo forma una nuova sfida per il 2027.

E da qualche parte esiste persino una prima bozza per il 2028.

Ma di quelle parleremo un’altra volta.


Il viaggio più lungo è quello dentro di noi

Forse, con l’età, alcune paure cambiano.

Molti amici più giovani consideravano pericolosissimo anche soltanto il fatto che dormissi in un campo.

A volte ho l’impressione che siamo diventati molto legati alle nostre certezze immediate.

Ma forse ogni tanto dovremmo ribellarci un po’ anche contro noi stessi.

Viaggiare da soli per così tanto tempo ti obbliga a stare con te stesso.

A sopportarti.

A perdonarti.

E anche a volerti un po’ più bene.

Per questo, alla fine, un viaggio del genere diventa soprattutto un viaggio dentro di te.

E credo che valga anche per chi è più avanti con gli anni.

Non bisogna pensare automaticamente di essere troppo vecchi.

Non tutti devono affrontare migliaia di chilometri o dormire in un campo.

La sfida può essere molto più piccola e adatta alle proprie possibilità.

L’importante è uscire ogni tanto dal proprio guscio.

Aprirsi.

Sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Leggendo i racconti di altri cicloviaggiatori ho scoperto che queste sensazioni sono molto comuni.

Alla fine, forse, sono proprio loro ciò che rimane di più.

Persino più dei paesaggi attraversati e delle persone incontrate.


Bike Pioneers

Bike Pioneers raccoglie le storie di chi utilizza la bicicletta per viaggiare, scoprire territori e, qualche volta, cambiare il proprio modo di guardare il mondo.

Non servono record, imprese estreme o migliaia di chilometri.

Serve una storia da raccontare.

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