«È lì che da turista diventi viaggiatore»: Morgan Buratto da Porto a Lisbona in bici
«È lì che da turista diventi viaggiatore»: Morgan Buratto da Porto a Lisbona in bici
Circa 600 chilometri in solitaria lungo la costa portoghese, da Porto a Lisbona seguendo EuroVelo 1. Il viaggio di Morgan Buratto è fatto di Atlantico, vento, imprevisti e incontri inattesi. Ma soprattutto racconta quanto lontano possa portare una bicicletta quando si comincia quasi per caso.
Con la bicicletta Morgan Buratto ha iniziato durante il Covid.
Niente grandi viaggi, niente equipaggiamento da bikepacking e nessuna esperienza sulle lunghe distanze. All’inizio c’erano una bici da supermercato e uscite che arrivavano al massimo a una decina di chilometri.
Poi qualcosa è cambiato.
La bici è diventata prima un modo per esplorare luoghi nuovi e, poco alla volta, qualcosa di più personale.
«Ho scoperto un mondo che mi ha portato a esplorare e conoscere diversi luoghi, ma soprattutto a conoscere meglio me stesso.»
Qualche anno dopo, Morgan si è ritrovato all’aeroporto di Porto con la propria gravel arrivata dall’Italia e circa 600 chilometri da percorrere da solo fino a Lisbona, seguendo la costa portoghese lungo EuroVelo 1.
Un viaggio di 7 giorni e circa 4.000 metri di dislivello positivo, organizzato con poche cose al seguito, gli hotel prenotati giorno per giorno e una sola idea abbastanza precisa: andare verso sud.
L’idea nasce durante un viaggio a Lisbona
Qualche mese prima Morgan era già stato in Portogallo.
A febbraio aveva visitato Lisbona e proprio durante quel viaggio aveva sentito parlare della possibilità di percorrere in bicicletta la costa tra Porto e la capitale.
Una volta tornato a casa aveva iniziato a informarsi, guardando anche alcuni video online.
I paesaggi avevano fatto il resto.
La scelta di partire da solo, invece, non è stata casuale.
«Mi trovo meglio viaggiando da solo. Ho i miei tempi e decido io quando e dove fermarmi.»
Anche la direzione aveva una motivazione precisa: da Porto verso Lisbona, quindi da nord a sud, sfruttando il vento che durante l’estate tende a soffiare nella stessa direzione.
Morgan aveva immaginato inizialmente tappe da circa 100 chilometri al giorno.
La strada, però, avrebbe presto ricordato che un viaggio in bicicletta raramente segue esattamente il programma.
Una gravel dall’Italia e il minimo indispensabile
La bicicletta è partita insieme a lui dall’Italia.
Morgan ha scelto di viaggiare leggero, anche perché non avrebbe dormito in tenda: ogni giorno cercava e prenotava una sistemazione per la notte.
Il trasporto in aereo non gli ha creato particolari difficoltà e già all’arrivo ha trovato un dettaglio interessante per chi viaggia in bici: all’aeroporto di Porto sono presenti spazi dove è possibile occuparsi del montaggio della bicicletta.
Poi, una volta sistemata la gravel, è iniziato il viaggio vero.
E con esso è terminata quasi subito anche la possibilità di controllare tutto.
EuroVelo 1 in Portogallo: il GPS diventa fondamentale
Una delle prime cose notate da Morgan è stata la segnaletica.
Nel tratto percorso tra Porto e Lisbona, affidarsi esclusivamente alle indicazioni presenti lungo il percorso sarebbe stato complicato.
«Senza GPS non è fattibile.»
Questo non significa però trascorrere il viaggio sulle strade più trafficate.
Al contrario, Morgan racconta di aver trovato molte piste ciclabili e diversi tratti sterrati, passando relativamente poco tempo sulle strade ordinarie.
Il paesaggio cambia continuamente.
Ci sono i lunghi tratti accanto all’Atlantico, quelli che Morgan ricorda come i più spettacolari, ma anche le deviazioni verso l’interno.
Ed è proprio lì che il viaggio presenta un conto diverso.
Le colline portoghesi, con una bicicletta carica, si fanno sentire. Se poi si aggiunge il caldo estivo, anche pochi chilometri possono diventare molto più impegnativi di quanto dica la traccia.
Ogni sera, l’Atlantico

Se c’è però un’immagine che Morgan associa immediatamente a questo viaggio è quella del sole che scende sull’oceano.
«I tramonti sull’Atlantico sono incredibili. In Italia non ne ho mai visti così.»
Pedalare lungo una costa esposta a ovest significa poter concludere molte giornate guardando il sole scomparire sull’acqua.
Per chi vive abitualmente in città, racconta Morgan, quella continuità di orizzonte diventa quasi qualcosa di straordinario.
Ma alcune delle immagini più forti del viaggio non arrivano dalla costa.
Arrivano dai piccoli paesi dell’entroterra.
Luoghi lontani dai grandi flussi turistici, dove il passaggio di un cicloturista straniero può ancora generare curiosità, incontri e conversazioni fatte anche senza conoscere la stessa lingua.
Un filo del cambio rotto, un meccanico e due ore oltre l’orario
Succede un venerdì sera.
Sono circa le 19 e Morgan si trova lontano dai principali centri quando si rompe il filo del cambio.
È uno di quegli inconvenienti che, durante un viaggio in solitaria, possono cambiare completamente una giornata.
Trova un meccanico.
Sta per chiudere.
Potrebbe semplicemente spiegargli che ormai è tardi e rimandare tutto al giorno successivo.
Invece resta.
Per quasi due ore lavora sulla bicicletta fuori dal proprio orario, perché ha capito che Morgan deve proseguire il viaggio.
Non parla inglese e Morgan non parla portoghese, ma in qualche modo riescono a capirsi.
A gesti il meccanico non si limita a sistemare la bici: gli spiega anche quale strada conviene seguire per proseguire.
Alla fine arriva anche una fotografia insieme a lui e alla moglie.
È uno di quei momenti in cui il problema meccanico smette di essere soltanto un contrattempo e diventa parte del viaggio.
Quando finisce l’acqua
Un altro incontro avviene sulle colline dell’entroterra.
Morgan rimane senza acqua.
Fa caldo e nelle vicinanze non sembra esserci molto.
Incontra un anziano.
Anche questa volta l’inglese non serve.
L’uomo capisce la situazione e sale sul proprio motorino.
Poi fa segno a Morgan di seguirlo.
Lo accompagna così fino al primo piccolo negozio dove può finalmente trovare qualcosa da bere.
Due episodi semplici, ma sufficienti a cambiare la percezione di un territorio.
«I portoghesi sono molto ospitali e gentili e cercano in ogni modo di aiutarti, specialmente nei piccoli paesi lontani dai turisti.»
Dopo 250 chilometri arriva il momento più difficile
Non tutti gli imprevisti, però, si possono risolvere con una chiave inglese.
Dopo circa 250 chilometri, Morgan comincia a stare male.
Febbre e problemi di stomaco lo costringono a rallentare.
Quando si viaggia da soli, anche una situazione apparentemente gestibile assume un peso diverso. E per qualche momento compare inevitabilmente l’idea di interrompere il viaggio e salire su un treno.
Fortunatamente il malessere dura poco.
Morgan rallenta, modifica il programma e continua.
A quell’episodio si aggiungerà poi la rottura del cambio.
Ed è proprio pensando a questi momenti che sintetizza forse meglio il significato dell’intero viaggio:
«Sono proprio questi momenti che ti fanno capire che da turista diventi viaggiatore.»
Non perché sia necessario soffrire per poter viaggiare.
Ma perché l’imprevisto rompe il programma, obbliga a prendere decisioni e apre spesso la porta a incontri che non sarebbero mai esistiti se tutto fosse andato esattamente come previsto.
Lisbona e quella strana voglia di non essere ancora arrivati
Alla fine arriva Lisbona.
Morgan la conosce già.
Questa volta, però, entrarci in bicicletta dopo centinaia di chilometri ha un significato completamente diverso.
Le sensazioni sono contrastanti.
Non sa bene se essere felice perché il viaggio è terminato o triste proprio per lo stesso motivo.
Dopo giorni trascorsi quasi interamente con sé stesso, pedalando, decidendo dove fermarsi e affrontando quello che la strada proponeva, bisogna improvvisamente tornare alla quotidianità.
«Hai la sensazione di aver passato giorni con te stesso in maniera profonda, facendo prima di tutto un viaggio nel tuo interiore. E ora devi tornare alla vita di tutti i giorni.»
Forse è proprio questo il punto in cui un viaggio continua anche dopo l’arrivo.
Da 10 chilometri a un viaggio lungo l’Atlantico
Pensando alla strada percorsa, Morgan torna inevitabilmente al punto di partenza.
Non Porto.
Qualche anno prima.
Una bici da supermercato e dieci chilometri che allora rappresentavano già un’uscita.
Oggi non considera questa esperienza soltanto come una traccia da consigliare.
La considera anche una dimostrazione di quanto possa cambiare il nostro rapporto con ciò che pensiamo sia necessario.
«Nella vita abbiamo un sacco di cose inutili e queste esperienze te lo fanno capire.»
Per Morgan il percorso tra Porto e Lisbona merita di essere scoperto: due grandi città agli estremi del viaggio, una lunga costa atlantica nel mezzo, piccoli centri dell’entroterra e un itinerario che, almeno nella sua esperienza, è ancora lontano dall’essere affollato di cicloturisti.
Ma il ricordo più importante probabilmente non è nei 600 chilometri, nei 4.000 metri di dislivello o nei tramonti sull’oceano.
È nella trasformazione iniziata molto prima.
Perché quella bicicletta utilizzata durante il Covid per percorrere appena dieci chilometri, alla fine, lo ha portato molto più lontano di Porto, Lisbona o qualsiasi altra destinazione.
Lo ha portato a scoprire un nuovo modo di viaggiare.
E, come racconta lui stesso, a conoscere un po’ meglio sé stesso.



